Homeworking. Lavorare da casa come freelance 10


Homeworking.

Penso che prima di spiegare come vivo il lavorare da casa, sarebbe corretto spiegare perché lavoro da casa. Siccome è una conseguenza dell’aver scelto la vita da freelance, dovrei prima spiegare perché sono un freelance. E questo porterebbe via tempo e mi porterebbe a parlare anche di pirati, cow boy e astronavi e poi a dire qualcosa per recuperare credibilità e sembrare un professionista e non uno che si sta semplicemente divertendo, poi dovrei dire che in effetti sì, ci si può divertire ed essere professionisti allo stesso tempo e facciamo notte. Quindi, credo sia meglio saltare le premesse e andare direttamente a parlare della mia esperienza come homeworker.

Però, questo va tenuto presente: che è una mia scelta. Come ogni cosa, il lavorare da casa ha i suoi pro e i suoi contro, che ognuno valuta a modo proprio. Io lo valuto in una certa maniera anche perché è una mia scelta. Aggiungo che quando ho iniziato a lavorare come freelance e lavorare da casa ero single. Ora non lo sono più, ma ancora non ho figli. Sono considerazioni importanti.

I vantaggi del lavorare da casa come freelance sono facili da immaginare. Decido io orari e dress code, il posto di lavoro è a 17 passi dal letto (li ho contati per scrivere questo articolo. Prima erano di meno, ora c’è un tavolo in mezzo), niente spostamenti con mezzi propri o pubblici con conseguenti risparmi, non mangio fuori casa e anche qui c’è un bel risparmio, posso organizzare la mia postazione di lavoro come mi pare. Non devo sopportare colleghi che: ascoltano la stessa canzone di Gigi D’Alessio a ripetizione (in cuffia, sì, ma a tutto volume); sospirano che la giornata è stata dura, ma per fortuna stasera ci sono I Cesaroni in TV; cercano di coinvolgermi in discussioni su gnocca-intercambiabile del Grande Fratello; iniziano a lamentarsi della settimana di lavoro alle 9.35 di lunedì mattina; passano la giornata a parlare dei fatti propri ad alta voce al telefono eccetera eccetera (tutti casi reali, anche se non tutti capitati a me).

Io sono un freelance che lavora da casa. Ma ci possono essere anche dipendenti che lavorano da casa. A parte gli orari, tutto il resto è uguale. Ci sono anche creature leggendarie: freelance che lavorano in ufficio. Non nell’ufficio di un cliente, ma proprio in un ufficio loro. Io ho scelto di non essere leggendario da questo punto di vista, ma ci ho pensato e ci penso ancora.

L’aspetto strano del lavorare in casa, da solo, sono le altre persone. A parte mia madre: ho fatto una certa fatica a farle capire che tra “dipendente in ufficio” e “disoccupato” ci sono tutta una serie di posizioni e che “freelance homeworker” è una di queste. Ma le mamme sono lì per preoccuparsi per i loro figli.

Le prime persone sono i colleghi. Ma non hai colleghi se lavori da casa!, direte voi. Aha, infatti! E’ vero che non ci sono colleghi da sopportare. Ma neppure colleghi con cui fare quattro chiacchiere per spezzare la giornata, o a cui chiedere un parere su un pezzo che ho appena scritto, se un’idea ha senso, se ci sono refusi (ci sono sempre refusi). E’ vero che ci sono i social network, ma non è la stessa cosa. E’ un rapporto più mediato, che a volte costringe a scrivere più di quanto vorrei per dare contesto a una frase, un’idea, una battuta, o subire le conseguenze della mancanza di contesto. E poi la voce è importante, lasciatelo dire a uno che scrive.

Poi ci sono i clienti e gli occasionali collaboratori. All’inizio era più semplice, potevo gestire tutto tramite telefono, Skype, e-mail e a loro poco importava se stavo lavorando da un’amaca nel giardino di una villetta a Perth, o in un internet point a Lisbona (consiglio il Web Café al 126 di Rua do Diario de Noticias: carino, tranquillo, aperto tutto il giorno e con clientela giovane e da tutta Europa che si ferma volentieri anche per un aperitivo e quattro chiacchiere). Ora i progetti sono più grandi e le cose sono diverse. L’incontro faccia a faccia è importante, una riunione può essere (non sempre) più produttiva di cento e-mail. Forse è anche una questione di mentalità arretrata, non ancora abituata alle possibilità del telelavoro, ma quando dico a un nuovo cliente “incontriamoci” mi rendo conto che il suo tono di voce cambia e mi prende più sul serio, apprezza il fatto che ci metta, letteralmente, la faccia. Un indirizzo fisico, una sede, fa acquistare punti, dà un’impressione di serietà, di struttura alle spalle e quindi di capacità. Per questo mi è capitato di riflettere sull’opportunità o meno di avere un ufficio che non fosse casa mia. Per poter ricevere i clienti. A dirla tutta, il pensiero dell’ufficio e quello dell’amaca a Perth stanno ancora discutendo tra loro, da qualche parte nei recessi del mio cervello.

Infine c’è la mia ragazza. Che capisce benissimo che lavoro faccio e come lo faccio, per cui quando gira per casa, o legge, o fa qualsiasi cosa, la fa con tutta la (tanta) delicatezza di cui è capace per non distrarmi e non mi disturba se non è veramente necessario. E però è strano avere questa presenza con cui vorresti parlare e accoccolarti e scherzare e doverla ignorare. Questo pezzo importante di vita privata che si aggira in quello che, negli orari rigorosi che cerco di darmi, è un posto di lavoro. A volte mi sento in colpa, senza neppure una ragione precisa, come la stessi trascurando. E in effetti la sto trascurando, anzi, la sto proprio ignorando, come ignoro tutte le altre distrazioni che offre la mia casa (se guardo alla mia sinistra vedo la batteria di Guitar Hero World Tour appoggiata alla libreria e un paio di libri ancora da leggere su uno scaffale. Meglio chiudere questa parentesi prima che mi distragga). E insomma, è brutto ignorare deliberatamente e con impegno la propria ragazza. E’ facile farlo trovandosi in un ufficio a chilometri di distanza. E’ naturale: sei in ufficio, sei al lavoro, lontano dagli occhi, lontano dal cuore. Ma quando io sono qui e lei è lì e tra qui e lì non ci sono più di due metri, le cose cambiano.

Homeworking non significa solo lavorare in casa. Significa anche che il tuo lavoro è dentro casa, annidato nelle viscere del computer, appostato dentro i raccoglitori. Spengo tutto, stacco tutto, mi butto sul divano. Ma i monitor e il computer sono bene in vista. Non una presenza ossessiva o ingombrante (beh, i monitor da 17 e 24 pollici un po’ sì). Ma una presenza.

Allora, lo confesso: io sono pigro. Ci ho provato a realizzare la postazione da lavoro Ikea, tutta pulita e sgombra e senza cavi. Computer portatile, telefono senza fili, mouse. A fine giornata via tutto, la mattina tutto di nuovo fuori. Per una settimana. Poi ho iniziato a lasciare tutto lì, tanto una controllatina alla posta e ai forum e ora ai social network prima di dormire ci sta, no? E magari un’ultima chattata con un amico insonne. E poi la stampante e poi mi hanno regalato delle casse e i cavi sono aumentati e metti e togli, metti e togli questa giungla di cavi tutte le mattine e tutte le sere è stancante. E quindi, postazione di lavoro fissa. E se proprio devo ingombrare, ingombro per bene. Quindi computer fisso, due monitor, tastiera. E poi faldoni e raccoglitori e i blocchi per gli appunti e penne, penne, penne. Insomma, un grosso, non grossissimo, ma grosso, angolo di salotto è diventato il mio ufficio. Voi dormireste nel vostro ufficio? Ci passereste quasi ogni ora del giorno, escluse quelle del sonno e dei pasti? A volte è un po’ asfissiante. Ho una cantina ampia e luminosa, risparmio per farne un ufficio. Quindi prima o poi riuscirò a separare fisicamente gli ambienti di lavoro e di vita, continuando a lavorare da casa. Magari per chi non ha questa possibilità la postazione di lavoro in salotto / cucina / camera da letto è una presenza fastidiosa e inevitabile. Poi magari c’è chi non ha la giungla di cavi con cui combattere e riesce veramente a far sparire tutto la sera.

Ci sono anche altri aspetti pratici da considerare nel lavorare da casa. Posso considerare le bollette come costi dell’attività? Il canone RAI? Ho diritto a qualche forma di incentivo, assistenza, tutela? Che succede se mi faccio male? Non sempre questi aspetti sono chiari. Io ho deciso di delegare tutto a commercialisti e consulenti, non ho tempo di pensare anche a questo. Ma un’informazione precisa non sarebbe male.

C’è la signora anziana che abita davanti a me che deve essere una cuoca di gran livello: ogni giorno verso l’ora dei pasti esce dalle sue finestre per entrare nelle mie un profumino di cucinato spettacolare. Questo non so se catalogarlo tra gli aspetti positivi o negativi del lavorare da casa, sicuramente è tra le esperienze e sicuramente me ne vado a cucinare pure io.


10 commenti su “Homeworking. Lavorare da casa come freelance

  • Panzallaria

    Da homeworker free lance ho apprezzato ogni singola riga di questo post. Poi, mi sa, facciamo pure un lavoro simile. Io un modo per staccare l’ho trovato: mia figlia Silvia che alle 16.30 esce da scuola e il pomeriggio lo dedico a lei fino a quando non va a dormire. Da un mese il mio non marito fa parte dei “leggendari”, ovvero con il suo socio, dopo un primo periodo da homeworkers pure loro, hanno preso un ufficio in centro. Lo invidio un po’, ma ora nel mio ufficio c’è una cucina per ogni dipendente e anche un divano e anche un bagno, vuoi mettere il lusso? 😉 Credo che il segreto sia davvero alternare, trovare il modo di avere momenti tutti per se’ e riunioni che ti danno un po’ di socialità. ciao e buon lavoro! francesca- panzallaria

    • Andrea Nicosia L'autore dell'articolo

      Ciao Francesca.

      Grazie per il tuo commento. Mi permette di riflettere su quello che è successo tra quando ho scritto quell’articolo e oggi.
      Confesso che non sono stato bravo, mi sono giocato poco il jolly-freelance.

      Anche per una questione di ordine mentale mi sono imposto di lavorare in orari da ufficio: 9-13, 14-18. Solo che le 18 diventano spesso le 19, 20, 21, 22, sabato, domenica. Bene, da un certo punto di vista: vuol dire che il lavoro entra e le cose da fare sono tante. Male come qualità della vita. Non tanto per me, di solito quello che faccio mi diverte molto, quindi è raro che mi senta prigioniero del lavoro. Ma quando ho scritto quelle righe ero single, ora non lo sono più. E se io mi posso divertire a stare dietro un progetto tutta la notte, c’è qualcuno che viene trascurato e questo è sbagliato.
      Non solo. Lavorare ventre a terra e testa china sulla tastiera è sbagliato. Soprattutto per chi fa un lavoro creativo.

      Ultimamente mi sono imposto di uscire e passeggiare. Dopo pranzo, alle 18, la mattina. Dipende da quando è possibile. Ma staccare è necessario. Organizzare il lavoro per non trascurare le persone è necessario. volersi bene è necessario.

      Indovina? Mi sento molto meglio, vado a letto più contento, con più idee da sfornare il giorno dopo… ma il giorno dopo! Non tutta la notte al computer per vederle realizzate ora, subito adesso.

      C’è un equilibrio maggiore e i risultati si vedono. Sul lavoro, fuori dal lavoro.

      Sono sempre più convinto che lavorare come freelance da casa sia il miglior favore che una persona si possa fare. Quando poi trovi (o nel mio caso recuperi) quell’equilibrio tra libertà e impegni, allora è veramente una favola!

      Mi fa molto piacere che ti ritrovi in quello che ho scritto. E il tuo commento mi fa doppiamente piacere perché mi ha permesso di rendermi conto che pure io mi ci ritrovo di nuovo.

      Buon lavoro anche a te, un bacio alla piccola Silvia, in bocca al lupo al non marito!

  • Simona

    Quanto mi ritrovo in queste parole! L’unica differenza tra noi (ok, io femmina, tu maschio, questa forse è la cosa più evidente) è che nel mio caso anche mio marito è un free-lance e quindi casa nostra, dalle 9.00 alle 18.00, si trasforma in un vero e proprio ufficio. Facciamo lavori completamente diversi (lui vende al telefono, io scrivo) quindi ci siamo costruiti due postazioni ben lontane tra loro (e separate da un paio di indispensabili porte) e subito dopo colazione ci salutiamo, ci rifugiamo nei nostri mondi, e ci ritroviamo solo per pranzo, alle 13.00 in punto. Per non “rompere l’atmosfera”, se abbiamo bisogno di parlarci lo facciamo via Skype, come facevamo quando davvero lavoravamo a decine di km di distanza!
    Quando parliamo del nostro lavoro ci sentiamo dire le solite frasi (“Io non ce la farei mai, mi piazzerei davanti alla tv, non mi alzerei dal letto la mattina… sarebbe una continua distrazione”) ma in effetti l’unico vero problema che abbiamo riscontrato in questi mesi è la difficoltà a staccarci dal computer anche quando le 18.00 sono scoccate.

    A proposito… che diavolo ci faccio qui?! Proporrei di creare un software per freelance che imposta il pc in modo che vada in standby forzato dalle 18.00 alle 8.00 del mattino, e da venerdì sera a lunedì mattina. Brevettiamo?

    • Andrea Nicosia L'autore dell'articolo

      Il programma che spegne il computer fuori dall’orario di lavoro è il sogno della mia ragazza 🙂

      Mi sono attrezzato per dividere, pe quanto possibile, la zona in cui lavoro da quella in cui vivo. Anche quando lavoravo in salotto resistevo bene alle tentazioni di televisione e divano. Divano meno, ma il mio lavoro è fatto anche di pause in cui penso, oltre che di faccia-nel-monitor.
      Ora che ho due zone separate è ancora più semplice entrare nella mentalità “sto lavorando”.
      In più avere creato una specie di ufficio mi permette di pensare in grande: ricevere clienti, far venire collaboratori.

  • Titti

    Ciao! Bel post! Anche io lavoro da casa e mi viene in mente di dirti, e credimi lo dico senza vena polemica, benvenuto nel mondo delle donne, dove tutto si incrocia/incastra/combina con tutto e dove tutti pensano che siccome sei sempre a casa, allora, in fondo in fondo, non lavori davvero 😀

    • Andrea Nicosia L'autore dell'articolo

      Ciao Titti.

      Grazie per i complimenti, ma ti assicuro: dopo aver visto le mie cognate alle prese con i figli, so di essere ben lontano dal mondo delle donne e non so se ho abbastanza talento per riuscire a fare quello che sono riuscite a fare loro!

  • Mammafelice

    Leggendaria all’appello 🙂
    Ho lavorato come te per 3 anni, nel corridoio di casa. Non cambierei una virgola, ed è stato fantastico. Adesso però mi sono buttata e mi sono affittata un ufficio vero, per tre semplici motivi: ricevere i clienti, vestirmi in modo umano, scaricare qualche costo. Insomma: era giunto il momento anche di spendere, oltre che di mettere da parte i guadagni. Comunque sì, te lo confermo con certezza: se lavori da casa, puoi scaricare una (minima) percentuale delle bollette come costi dell’attività, per esempio gas, luce, telefono…

    • Andrea Nicosia L'autore dell'articolo

      Ciao.

      Vestirmi in modo umano (al netto di tutti i giudizi su come combino i colori, scarpe, calzini, cintura e del vestirmi troppo pesante per l’estate, troppo leggero per l’inverno) non è mai stato un problema.
      Per entrare nella mentalità lavorativa la mattina faccio le stesse cose che farei se andassi a lavorare in ufficio: doccia, barba, vestito completo di scarpe. La cravata no, è eccessiva! A volte vado a fare colazione al bar per far capire al cervello che “stiamo andando a lavorare, siamo fuori casa, accenditi, accenditi!”

      Ottima la tua scelta dell’ufficio: ricevere i clienti, ricevere collaboratori permette di pensare in grande, di fare un salto di qualità. E’ un passo che sto facendo anche io ed è un momento emozionante.

      In bocca al lupo!

  • la meringa

    Bel post, anche se non è tutto oro quello che luccica, soprattutto quando c’è una famiglia con bambini piccoli. Io ho lavorato un paio d’anni da casa ed è stata un’esperienza devastante a parte lo stipendio altissimo rispetto al numero di ore lavorate. Oltre a dover badare a mia figlia di un anno, dovevo pensare alla casa e a tutto il resto. In questo momento mio marito lavora da casa, da due anni e mezzo. E non è per niente propenso all’organizzazione. E a volte questa presenza è ingombrante. Anche se accompagna tutte le mattine le bambine a scuola e se io non faccio in tempo va pure a prenderle e magari fa anche la spesa. Queste cose, per fortuna, ripagano del resto. Secondo me c’è un’altra cosa che bisogna valutare all’interno della coppia: uno che lavora in casa ha poco da raccontare. E invece è importante portare linfa nuova al rapporto. Sempre. Anche dopo dieci anni. La noia si mangia tutto. E comunque uscire di casa truccata e vestita non ha prezzo! 😉

    • Andrea Nicosia L'autore dell'articolo

      Ciao.

      Hai centrato due problemi molto importanti.
      Vedendo le mie cognate alle prese con la prole mi sono reso conto che non è possibile lavorare in casa e badare ai figli, dando il massimo in tutto, a meno di essere superman.
      L’organizzazione è fondamentale, altrimenti le cose non si incastrano e si vive sempre con l’acqua alla gola., coi panni sporchi che ti guardano dal cesto della biancheria, le camicie spiegazzate e peli di gatto ovunque.

      Fondamentale il discorso delle esperienze fatte fuori casa. Ricordo con orrore la chiusura di alcuni progetti importanti che mi hanno consumato ogni momento della gioranta: mi svegliavo, andavo in salotto a lavorare, tornavo in camera a dormire. Senza uscire di casa per giorni. Terribile e prosciugante.
      Ora un’organizzazione migliore mi permette di avere (quasi) tempo per tutto ed esco di casa ogni volta che mi è possiible, proprio per trovare cose da raccontare, vedere le persone, gustarmi la città. Anche cose banali come andare a fare la spesa sono momenti di evasione e possibilità di guardarsi intorno e trovare nuove storie.

      Poi sì, la soddifazione di uscire da casa vestiti bene è tanta. Però non mi trucco. Voi donne avete uttti i giocattoli più divertenti!

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