Smart City Guerrilla


Quella appena trascorsa è stata una settimana piena. Lo capite anche dal fatto che riesco a scrivere solo oggi il post per la settimana 256.
Non so voi, ma io ho sempre considerato settembre molto più di gennaio come “inizio anno”. Sarà per via del rientro a scuola dopo le vacanze estive. Quindi settembre mi pare più appropriato di gennaio per ripulire, riordinare, fare spazio e preparare nuovi progetti. La settimana scorsa è voltata per queste attività.

Dopo aver svuotato e liberato, mi sono messo davanti alla lavagna. Ho scritto in rosso “Cose che mi piacerebbe fare” e ho elencato tutte le idee e mezze idee che mi sono frullate per la testa negli ultimi mesi. Si tratta di progetti nati un po’ dalla mia curiosità, un po’ da suggestioni raccolte durante l’anno (in senso scolastico) passato.

Non so quali e quanti di questi progetti vedranno veramente la luce. Di sicuro non possono realizzarli da solo: non ne ho le competenze. Ho voluto fare il visionario? E ora tocca trovare qualcuno in grado di programmare. E usare un saldatore

Fino a ora ci sono sei nuove idee sulla lavagna. Dopo averle scritte ho contrassegnato con una “D” quelle che come output hanno un prodotto digitale, con una “F” quelle che hanno come prodotto un oggetto fisico. Alla fine ci sono tre D e tre F. Manco a farlo apposta. In realtà uno dei progetti l’avevo contrassegnato come D/F all’inizio, ma ripensandoci è decisamente D.

Il risultato di questo esercizio non sono solo sei progetti interni. Come ho detto, si tratta del frutto di suggestioni che ho assorbito, elaborato e sistematizzato sotto forma di prodotti da realizzare. Scrivere mi ha aiutato a capire cosa penso.

Ecco quindi i semi delle mie idee, ricavati spacchettando i progetti scritti sulla lavagna.

– Le “Smart Cities” (non mi avventuro nella definizione, diciamo le città che utilizzano la tecnologia per aiutare i cittadini a vivere meglio – e pure qui ci sarebbe un oceano di definizioni – fornendo un servizio o incoraggiando un comportamento) devono nascere dal basso.
Nascere dal basso significa varie cose, secondo me.
Gli strumenti che rendono una città smart devono risolvere un problema concreto e quotidiano dei cittadini (ho scritto volutamente cittadini e non utenti). Non del Comune, non di qualche ente. Dei cittadini. Corollario: gli strumenti vengono adottati per utilità personale, non per il bene comune. Il fatto che dall’adozione ne derivi un beneficio per la collettività è una conseguenza. Pensate ai sensori che controllano in tempo reale il consumo elettrico per permettere di gestirlo al meglio. O anche solo alla sana abitudine di spegnere gli elettrodomestici anziché lasciarli in stand by. I cittadini utilizzano questi strumenti e queste buone pratiche perché ne hanno un beneficio diretto: risparmiano sulla bolletta elettrica. E per questo la maggior parte dei cittadini adotta queste pratiche. Quelli che lo fanno pensando prima al beneficio della comunità sono pochi e non sono loro che vanno incoraggiati ad adottare strumenti che rendono la city smart.
Dubito che sia possibile, o auspicabile, creare una singola piattaforma che renda la città intelligente. La “smartizzazione” (premio peggior neologismo del mese) è una conseguenza di una rete di strumenti separati, ma costruite a partire da standard, che entrano in sinergia tra loro.
Questi strumenti vanno creati con la collaborazione dei cittadini, o perché ne suggeriscono le funzioni o perché vengono creati direttamente da loro.
Se dovessi fare un paragone, direi che la città è uno smartphone e gli strumenti che la rendono smart sono le applicazioni disponibili sui market. Lo smartphone in questo caso non va inventato, le città esistono già, vanno ottimizzate. L’ecosistema che gli dà valore sì, va inventato.
Non penso che saranno gli sforzi di IBM o altra grande azienda che fanno cadere innovazione dall’alto per migliorare la città a portare alla smart city, ma saranno gli sforzi di piccoli workshop concentrati sul cittadino.

– Gli smartphone che abbiamo in tasca sono dei gadget fantastici e dovrebbero essere oggetto di convergenza per una serie di strumenti e attività. Se non avete in tasca uno smartphone, vi prego, venite anche voi nel meraviglioso e futuristico mondo del 2011, ci vogliono meno soldi di quanto pensiate. E vi assicuro: ci potete fare le cose scritte sopra, quelle che migliorano la vostra vita.
Detto questo, io penso comunque che ci sia spazio per piccoli oggetti connessi (ma non necessariamente via Internet, vedi capacità degli Stati di intercettare e bloccare il traffico), non più grandi di un portachiavi (o meglio, agganciabili a un portachiavi), che svolgano una singola precisa funzione. Questa funzione permette di vivere meglio la città o di contattare semplicemente i nostri amici. Ovvero, è una funzione di ambito locale.

– Per essere chiari: aborro le splinternet, ma Internet non è il solo canale di trasmissione voce e dati.

– E a proposito di quanto detto sopra: perché vi siete dimenticati tutti dei walkie-talkie? Non hanno la versatilità di uno smarthpone, ma sono ottimi per svolgere alla perfezione una singola, precisa funzione.

– C’è bisogno di un rinascimento della manualità. La gente deve re-imparare a costruire cose. Il movimento del make e del fai da te non deve essere una roba da hacker, ma alla portata di chiunque. In effetti, le barriere all’ingresso sono sempre più ridotte, basta un po’ di buona volontà. E’ possibile democraticizzare la produzione di oggetti.

– Le mappe, gente. Le mappe sono una cosa pazzesca.

– La realtà aumentata sarà sempre più mainstream. Ma è importante capire che non si può e non si deve aumentare solo la vista. Per esempio: stimoli audio e tattili potrebbero già ora essere usati per un prodotto utile. Al momento il problema della realtà visiva aumentata è che necessita di un visore o del cellulare tenuto ad altezza occhi. Immaginatevi di passeggiare per Piazza di Spagna con un visore o col cellulare davanti agli occhi. Si, apparireste ridicoli. Immaginatevi di farlo con degli auricolari, o con una fascia che dia feedback tattile avvolta intorno a un braccio. No, non dareste nell’occhio.

– E a proposito di cuffie: esistono. Quindi perché il form factor degli smartphone è ancora fermo al 19° secolo? Una cornetta? Perché una cornetta? Smontiamolo e distribuiamo i pezzi. Batteria più capiente, schermo più grande, nessun ingombro in tasca.

Questo è quanto. Vediamo che succede.

Link della settimana, strettamente collegati al post: urbanismo, costruire cose.

The Unconsidered Passer by. In Search of Public Space in South Asia di Jacques Lévi.

Make things di Caterina Fake (cofondatrice di Hunch e Flickr).