Il web non è democratico


Dirò una cosa a proposito del nuovo Facebook (vale anche per il vecchio, vale anche per Google, Twitter, tutti): se non stai pagando per avere qualcosa allora non sei un cliente, sei il prodotto in vendita.

Non è particolarmente originale, è quello che hanno detto più o meno tutti i commentatori, riferendosi al nuovo sforzo di Facebook per spingere gli utenti a imbottire i loro profili e i database del sito coi loro dati personali. La nuova Timeline permette di inserire eventi delle nostre vite accaduti prima della nostra inscrizione. Dalla nascita di un figlio alla morte del criceto a quella volta che ti sei rotto un braccio.

Bisognerebbe fare un discorso sulla privacy e su come siamo più o meno pronti a rinunciarvi, o meglio: a usarla come merce di scambio per ottenere i servizi di Facebook (di Google, Twitter, tutti), trasformandoci nel prodotto che Facebook vende ad aziende e inserzionisti, dati demografici. Questo discorso lo hanno fatto in molti, una versione sintetica ed efficace è quella di Cory Doctorow. Qui c’è una sintesi, ma vi consiglio di prendervi venti minuti e guardare il video. Io vi aspetto sotto.

Visto? Bene.
Voglio sottolineare un aspetto, già messo in luce da altri. Con le modifiche che entreranno in vigore nei prossimi giorni, Facebook sposta l’attenzione dalle pagine alle applicazioni.
Grazie all’Open Graph sarà più semplice per le applicazioni fare da tramite tra gli interessi di una persona e il brand o gruppo di persone che possono (o così affermano) soddisfarli.
Ma non voglio parlare neppure di questo, lo hanno fatto già in tanto e meglio.
Voglio parlare della democraticità della cosa.

Io non credo che il web sia democratico. Credo che sia libero. Credo che la sua libertà oggi sia messa in pericolo da chi vuole creare recinti, da chi vuole decidere come e quando si possa accedere e dove si possa andare. Ma credo che sia ancora libero.
Ma non credo che sia democratico perché non siamo tutti uguali.

All’inizio c’era solo il web. E l’idea era che chiunque poteva ottenere il suo spazio e la possibilità di farsi ascoltare. E magari fare soldi con una buona idea. Oggi ci sono le applicazioni, per Facebook, per gli smartphone. E l’idea è che chiunque ha la possibilità di crearne una e ottenere il suo spazio. E magari fare soldi con una buona idea.
Ma nonostante quello che dice Google, non sono i contenuti di qualità
che vi faranno avere l’attenzione del mondo. Al massimo avrete quella del vostro circolo, più o meno grande, di amici e contatti. Ma per chi non vi conosce arriverete sempre dopo rispetto a chi può spendere 20.000 Euro in SEO.
Nonostante l’idea per la vostra applicazione possa essere splendida, chi può investire 50.000 Euro da investire in sviluppo e promozione avrà sempre un vantaggio rispetto a voi.
E quindi, con l’Open Graph a regime, sarà chi può investire di più per realizzare l’applicazione migliore che sarà in grado di indicarvi (di decidere per voi) chi può soddisfare meglio le vostre esigenze.

Io credo che il web debba essere libero e democratico.
Sta a noi assicurarci che sia così. Con azioni concrete. Con lo sviluppo di strumenti che permettano di far emergere contenuti validi per ciò che sono, non per il SEO che c’è dietro.
I migliori in quanto uno strumento democratico, tecnologico o fondato su procedure seguite da persone, determina che sono i migliori, non i migliori secondo l’algoritmo di Google.

Il confine tra digitale e reale è sempre più labile. Si tende a cercare il punto in cui il digitale scivola nel reale. Ma bisogna fare anche il contrario: l’esigenza di privacy, libertà, democrazia che diamo per scontata e pretendiamo nel mondo reale deve entrare nelle nostre abitudini digitali.
L’obiezione, corretta, è che Facebook (e Google, Twitter, tutti) è un’azienda privata, persegue i suoi scopi, ha le sue regole, non obbliga nessuno a iscriversi. Questo non è sbagliato di base, ma lo diventa nel momento in cui la nostra percezione di ciò che è in gioco viene confusa al punto che non diamo più valore alla moneta con cui stiamo pagando i servizi: la nostra privacy, la storia della nostra vita.

Se pensate che nulla in questo post abbia a che fare con il marketing e la comunicazione avete un disperato bisogno di assumermi.