Tutti odiamo il transmedia storytelling fatto male!


Ho letto questo articolo: “Why Everybody Hates The Ending Of THE DEVIL INSIDE“, che fa riferimento a un altro articolo con lo stesso titolo. Vi consiglio di leggere articoli e commenti.

Negli articoli viene criticato il film The Devil Inside, un horror stile found-footage. Ovvero quel tipo di film la cui premessa è “abbiamo trovato questa cinepresa nel luogo in cui è scomparsa della gente, vediamo che è successo”. E’ uno dei tanti nipoti di The Blair Witch Project, un horror che cerca di spacciarsi per una storia realmente accaduta.

Il lungo copia e incolla che segue, soprattutto la parte finale col riferimento all’ultimo film di Star Trek, ci fa da premessa a due conclusioni fondamentali. Ho già parlato della prima, la seconda la elaboro qui.

Vediamo prima le critiche.

The ending alone is stupid enough, but what compounds that is that immediately after an out-of-the-blue finish, a title card comes up telling people they can “follow the continuing investigation at TheRossiFiles.com.”
[…] As it stands, though, the text reads like Paramount is directing you to a website to see the end of the film. That isn’t the case – the website is really just some immensely boring viral marketing crap that you usually see BEFORE a movie, not after. The movie’s ending is the ending, and there isn’t some secret reel of footage to be discovered. But by the time anyone discovers that it’s far too late – they already hate the film.

Da qui si passa a una critica del transmedia storytelling:

This, by the way, is the inherent danger of transmedia, something which tends to really only appeal to obsessives and marketing people. Transmedia is a story that continues over multiple platforms, such as video games, websites or cartoons. The problem with transmedia is that most audience members don’t want to be bothered seeking out the rest of the story; they want to consume the story in one sitting in one format. There will be some diehards who seek out The Animatrix or The Blair Witch websites, but most people want to go see a movie and get everything there. There’s a contract between audience and studio that we will accept a certain level of open-endedness to facilitate sequels, but nobody wants to pay ten bucks or more just to be told the rest of the story must be purchased elsewhere. The audience sees that as cheating.

A cui Bitter Script Reader aggiunge la sua opinione:

An audience shouldn’t have to seek out “extended universe” tie-ins in order to get closure on particular elements. I don’t see anything wrong with having such things that enhance the film (the last Star Trek film had a tie-in comic book miniseries that led into the film, but I’ve spoken to dozens of viewers who enjoyed and understood the film while remaining completely ignorant of the existence of said tie-in) but the audience should never feel like the tail is wagging the dog in those cases.

Le critiche sono corrette. MA il problema non è il transmedia storytelling in sé, è il transmedia storytelling fatto male. E in The Devil Inside ci sono due errori gravi.

Le due conclusioni quindi.

La prima: transmedia storytelling significa usare diversi canali per raccontare diverse storie collegate tra loro. L’insieme delle storie ci dà una visione complessiva del mondo, del setting.

Diverse storie, ciascuna che inizia, si sviluppa e termina su un canale. Non diverse parti della stessa storia, distribuite su diversi canali. Questo è l’errore che fa odiare questa tecnica narrativa a Bitter Script Reader e a Badass Digest. Bitter Script Reader se ne rende conto in una maniera che forse sfugge a lui stesso quando parla del fumetto che fa da premessa alle vicende dell’ultimo film di Star Trek.

L’oggetto di una narrazione transmediale che non fa venire voglia all’audience di venirvi a cercare sotto casa con torce e forconi è un mondo. Se l’oggetto della narrazione è un’unica storia e per fruirla completamente devo saltellare tra diversi canali, allora torce e forconi.

Pensate in maniera globale. Pensate a una serie TV, una serie di romanzi e una serie di fumetti in lingua italiana. Se volete che la vostra storia venga fruita da un pubblico di lingua inglese sarà necessario tradurre e doppiare tutto. Ma che garanzie ci sono che tre entità diverse, un canale TV, un editore di libri e un editore di fumetti, acquistino le varie parti della vostra opera? Le traducano contemporaneamente?
Magari la vostra storia inizia in TV, prosegue nei romanzi e si conclude nei fumetti. Ma tradurre un fumetto è più rapido che tradurre un romanzo e rischiate che la conclusione arrivi sul mercato prima della parte centrale della storia.
Non è un’impresa impossibile. Ma richiede uno sforzo organizzativo complesso. Molto più complesso dell’avere tre storie separate, fruibili ciascuna per conto proprio, ma collegate. E soprattutto, non costringe chi vuole seguire la vostra storia comprando tre (o più) prodotti diversi.

Il problema potrebbe non essere di localizzazione, ma tecnologico: avete una parte di storia che si sviluppa su Foursquare ma non avete pensato a quanta gente effettivamente ha a disposizione uno smartphone con piano dati illimitato (è un discorso familiare, vero?).

La seconda conclusione. Questa fa male alla gente di marketing, ma è sacrosanta verità. La fruizione di una narrazione transmediale deve essere opzionale. Non ci sono garanzie che qualcuno segua la narrazione su tutti i canali su cui si sviluppa. Magari per mancanza di interesse per un dato media, magari per barriere tecnologiche, linguistiche, di tempo libero a disposizione, di denaro. Quale che sia il caso, è certo che solo una piccola parte di pubblico seguirà la narrazione su tutti i canali. Quindi ciascuna storia sviluppata su ciascun canale deve essere autosufficiente.

Cosa possiamo fare per aumentare le possibilità che ciascuna storia e ciascun canale ricevano attenzioni? Scrivere storie coinvolgenti, creare personaggi interessanti. Allora il pubblico avrà voglia di esplorare il mondo, di sapere cosa è successo prima, dopo, durante, di seguire la storia che ha per protagonista un personaggio che ha un ruolo secondario in un’altra storia.

Detta con meno parole, bisogna offrire storie di qualità.